venerdì 6 febbraio 2009

Viva, fragile, reale: Eluana chiese solo protezioneMichele Aramini La storia di Eluana sembra avviarsi alla più triste delle conclusioni, anche se fino all’ultimo dobbiamo sperare che non accada che sia lasciata morire di fame e di sete. Intorno alla vicenda umana di questa giovane donna si sono dette molte cose, senza però dissipare presso l’opinione pubblica incertezze, confusioni, ambiguità, anche perché si assiste al disinvolto ricorso a concetti usati in modo scorretto per legittimare ciò che la coscienza, invece, respingerebbe. A questo proposito può essere utile richiamare gli aspetti fondamentali della questione, operando un po’ di "ecologia culturale" delle idee in gioco. In primo luogo occorre domandarsi chi è Eluana. La domanda trova la sua ragione nel fatto che qualcuno l’ha definita morta 17 anni fa, altri ritengono che sia viva, ma che vive una condizione non degna, assimilata a quella di un vegetale.Se alla domanda diamo, come è necessaria, una risposta non ideologica e non sentimentale, scopriamo che Eluana è una persona viva, che respira autonomamente, che non ha bisogno di cure mediche. Questa persona necessita di cibo acqua e pulizia, le cose di cui tutti noi "sani" abbiamo bisogno. Ora, questa persona viva, che non soffre e non fa male a nessuno, per volontà della famiglia e con l’avallo della magistratura sarà soppressa. Questo accadrà a una persona umana nell’interezza del suo valore.Il secondo punto della questione riguarda il perché Eluana debba essere fatta morire. Si è parlato di "stato di diritto" che garantisce il rispetto della volontà di Eluana. Ma al di là della stretta e indecifrabile connessione tra volontà della famiglia e volontà della giovane donna, esistono valori che non sono disponibili. Nessuno nel nostro ordinamento può rendersi schiavo di qualcun altro, neppure liberamente. Lo stesso valore di indisponibilità è stato accordato finora alla vita, che perciò non fa parte delle cose che si decidono arbitrariamente. Si potrebbe andare oltre, ricordando che la Costituzione afferma che la forma repubblicana e democratica è indisponibile. Quindi di valori indisponibili ce ne sono molti. Oggi la magistratura, inseguendo una concezione individualistica e arbitraria dell’esistenza, ha detto che la vita è disponibile, aprendo di fatto le porte anche all’eutanasia. In stretta relazione con la vicenda giudiziaria si pone la questione del testamento biologico. A questo proposito circolano posizioni di preoccupante individualismo che aprono la strada non a una maggiore libertà quanto a una solitudine esistenziale, nascosta sotto lo slogan del "nessuno deve scegliere per me", e a un concreto rischio di abbandono terapeutico.Lo strumento del testamento biologico così come viene strutturato in alcuni dei progetti di legge presentati in Parlamento sottolinea fortemente l’autonomia del paziente, la quale è tanto sbandierata quanto poi contraddetta. Infatti va sottolineata l’insistenza con la quale si chiede che il testamento biologico sia redatto con l’ausilio di un medico. Il motivo è chiaro: il cittadino non è ritenuto capace di dare disposizioni da solo, perché non conosce la medicina e le situazioni a riguardo delle quali dovrebbe dare indicazioni. Ma ci si può chiedere se il medico si limiterà alle spiegazioni o suggerirà anche le soluzioni che lui riterrà più opportune. L’autonomia, perciò, è più una bandiera che una realtà.Il rispetto vero dell’autonomia personale non passa per l’arbitrio delle scelte, ma per un vero dialogo con il medico e la costituzione di una rete di sostegno che lo accompagni alla morte in modo degno di una persona umana. Il quarto elemento da considerare riguarda il modo con cui Eluana sarà fatta morire. Le saranno tolti i sostegni vitali dell’alimentazione e dell’idratazione. Per giustificare questa scelta ci si è dovuti arrampicare sui vetri, definendo il cibo e l’acqua terapie che configurano una forma di accanimento terapeutico. Ma si tratta di un’affermazione che serve a coprire la realtà, la quale smentisce completamente questa idea. Infatti, come regola generale l’idratazione e l’alimentazione non vanno sospese, perché non richiedono l’impiego di sofisticati sistemi tecnologici e, dunque, non costituiscono mezzi straordinari, bensì mezzi del tutto ordinari. In secondo luogo perché il nutrire non costituisce un trattamento medico, ma un normale trattamento infermieristico, equivalente a girare regolarmente un paziente o fornirgli delle frizioni con l’alcool. Inoltre, il suo valore simbolico è di gran lunga superiore a quello di altri trattamenti infermieristici. Perciò il nutrire si differenzia dal curare.Un ultimo aspetto ci pare essenziale. Di fronte a queste situazioni molti si chiedono se "il trattamento non risulti eccessivamente gravoso". La risposta che ci danno i medici è che i pazienti in stato vegetativo, proprio a causa della loro condizione, non possono percepire la nutrizione artificiale come gravosa. Purtroppo pian piano qualcuno ha avanzato l’idea di giudicare la loro stessa vita come gravosa, ma in questo caso veniamo a porci su un piano diverso: non abbiamo più a che fare con il bene del paziente, ma con le difficoltà dei parenti. E va detto con chiarezza che, per quanto profonda possa essere la sofferenza dei congiunti, non è possibile risolvere il loro problema esistenziale togliendo la vita alla persona che si trova in stato vegetativo. Avremmo a che fare in questo caso con la peggior forma di eutanasia: quella che elimina le persone difficili da accudire, o che riteniamo inutile accudire. Quindi è importante non confondere la gravosità della condizione esistenziale con la presunta gravosità dell’alimentazione e dell’idratazione.La civiltà di una nazione si misura non sull’individualismo libertario ma sul modo con cui è accolta e accudita la vita nei suoi momenti di maggiore fragilità.

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