martedì 10 novembre 2009

GIU' LE MANI DAL CROCIFISSO!

Inserito da Gianluca Valpondi il Sab, 11/07/2009 - 04:09.

Quei muri appesi ai Crocefissi…
Posted: 05 Nov 2009 01:46 PM PST
Gesù è stato giudicato – duemila anni fa – dalle varie magistrature del suo tempo. E sappiamo cosa decise la “giustizia” di allora.
Oggi la Corte europea di Strasburgo ha emesso una sentenza secondo cui lasciare esposta nelle scuole la raffigurazione di quell’Innocente massacrato dalla “giustizia umana” viola la libertà religiosa.
E’ stato notato che semmai il crocifisso ricorda a tutti che cosa è la giustizia umana e cosa è il potere ed è quindi un grande simbolo di laicità (sì, proprio laicità) e di libertà (viene da chiedersi se gli antichi giudici di Gesù sarebbero contenti o scontenti che una sentenza di oggi cancelli l’immagine di quel loro “errore giudiziario” o meglio di quella loro orrenda ingiustizia).
Ma discutiamo pacatamente le ragioni della sentenza di oggi: il crocifisso nelle aule, dicono i giudici, costituisce “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”.
Per quanto riguarda la prima ragione obietto che quel diritto dei genitori è piuttosto leso da legislazioni stataliste che non riconoscono la libertà di educazione e che magari usano la scuola pubblica per indottrinamenti ideologici.
La seconda ragione è ancor più assurda. Il crocifisso sul muro non impone niente a nessuno, ma è il simbolo della nostra storia. Una sentenza simile va bocciata anzitutto per mancanza di senso storico, cioè di consapevolezza culturale, questione dirimente visto che si parla di scuole. Pare ignara di cosa sia la storia e la cultura del nostro popolo.
Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.
Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.
I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.
Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?
Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?
Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, “se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che ‘incombe’ su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?”
Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?
Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?
La stessa Costituzione italiana – fondata sulle nozioni di “persona umana” e di “corpi intermedi” (le comunità che stanno fra individui e Stato) – è intrisa di pensiero cattolico. Cancelliamo anche quella come un attentato alla libertà di chi non è cattolico?
E l’Europa? L’esistenza stessa dell’Europa si deve alla storia cristiana, se non altro perché senza il Papa e i re cristiani prima sui Pirenei, poi a Lepanto e a Vienna, l’Europa sarebbe stata spazzata via diventando un califfato islamico.
Direte che esagero a legare al crocifisso tutto questo. Ma c’è una controprova storica. Infatti sono stati i due mostri del Novecento – nazismo e comunismo – a tentare anzitutto di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea.
Odiavano l’innocente Figlio di Dio massacrato sulla croce, furono sanguinari persecutori della Chiesa e del popolo ebraico (i due popoli di Gesù) che martirizzarono in ogni modo e furono nemici assoluti (e devastatori) della democrazia e dei diritti dell’uomo (oltreché della cultura cristiana dell’Europa e della civiltà).
Il nazismo appena salito al potere scatenò la cosiddetta “guerra dei crocefissi” con la quale tentò di far togliere dalle mura delle scuole germaniche l’immagine di Gesù crocifisso.
Non sopportavano quell’ebreo, il figlio di Maria, e volevano soppiantare la croce del Figlio di Dio, con quella uncinata, il simbolo esoterico dei loro dèi del sangue e della forza. Lo stesso fece il comunismo che tentò di sradicare Cristo dalla storia stessa.
Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non spetterebbe anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo considerare che la tragedia del Novecento è stata provocata da ideologie che odiavano il crocifisso (e tentarono di sradicarlo) e che i loro milioni di vittime si ritrovano significate proprio dal Crocifisso?
Non a caso è stata una scrittrice ebrea, Natalia Ginzburg, a prendere le difese del crocifisso quando – negli anni Ottanta – vi fu un altro tentativo di cancellarlo dalle aule: “Non togliete quel crocifisso” fu il titolo del suo articolo.
Scriveva:
“il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? (…) Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano”.
La Ginzburg proseguiva:
“Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo… prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini… A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”.
Con tutto il rispetto auspichiamo che pure i giudici lo apprendano. “Il crocifisso fa parte della storia del mondo”, scrive la Ginzburg.
Infine il crocifisso è il più grande esorcismo contro il Male. Infatti non è il crocifisso ad aver bisogno di stare sui nostri muri, ma il contrario. Come dice un verso di una canzone di Gianna Nannini: “Questi muri appesi ai crocifissi…”. Letteralmente crolla tutto senza di lui, tutti noi siamo in pericolo.
Antonio Socci
Da Libero, 4 novembre 2009
Cari amici,
gli avvenimenti di questi giorni ci riconducono al centro del messaggio cristiano di salvezza. Per quanto negativi, possono darci uno scossone salutare.
Innanzi tutto dobbiamo mettere la croce al centro della nostra vita, perchè è da essa che viene la salvezza del mondo. Dobbiamo adorarla, amarla, abbracciarla. Senza accogliere la croce non possiamo salvarci.
L'impero delle tenebre odia la croce, perchè da essa è stato sconfitto. Non dobbiamo meravigliarci se esistono i nemici della croce che, con falsi pretesti, vogliono espellerla dal mondo. Essi però non possono nulla se noi la teniamo ben stretta alla nostra vita.
Combattiamo la buona battaglia in difesa della croce. Dobbiamo non solo viverla, ma anche renderla visibile, perchè gli uomini, compresi quelli che la combattono, ne hanno bisogno per non perdersi.
Mettiamo la croce nelle nostre case, nelle nostre stanze e su di noi, come segno di fede, di gratitudine e di salvezza. Mettiamola ovunque possibile, perché la croce è il più grande esorcismo di cui il mondo ha bisogno.
Ripetiamo durante questa settimana questa bella invocazione: "Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perchè con la tua santa croce hai redento il mondo".
Vostro Padre Livio (direttore di Radio Maria)

giovedì 9 luglio 2009

Unione di Centro
manifesto per una nuova Italia


“A tutti gli uomini liberi e forti,
che in questa grave ora
sentono alto il dovere
di cooperare ai fini supremi della Patria,
senza pregiudizi né preconcetti,
facciamo appello perché,
uniti insieme,
propugnino nella loro interezza
gli ideali di giustizia e di libertà”

Luigi Sturzo





L’Italia ha bisogno di una profonda rigenerazione politica e morale. È giunto di nuovo il tempo di fare appello alle sue migliori energie, allo slancio delle donne e degli uomini liberi, alla responsabilità delle donne e degli uomini forti, per determinare una grande svolta nel futuro della nazione.
Novanta anni dopo l’atto di coraggio di Luigi Sturzo, un nuovo coraggioso impegno è richiesto a chi crede nel valori della giustizia e della libertà.





Perciò nasce l’Unione di Centro. Per proporre una nuova casa politica a tutti i popolari, i liberali, i moderati e i riformisti italiani che avvertono con preoccupazione il vuoto etico e politico sul quale si basa l’attuale sistema dei partiti. La cosiddetta Seconda Repubblica è fallita. Non ha saputo ricostruire il corpo e l’anima della nostra democrazia. Non ha creato le basi di un nuovo patto istituzionale tra gli italiani.




Quando, negli anni Novanta, crollò il vecchio sistema, quattro erano le grandi questioni che giustificavano la transizione verso un nuovo tempo della Repubblica:
1) La questione istituzionale, già posta alla fine degli anni Settanta, affrontata lungo il corso degli Ottanta e infine riproposta dall’illusione referendaria.
2) La questione giudiziaria, parte essenziale della questione istituzionale, esplosa drammaticamente in un inedito, radicale e pericoloso conflitto con la politica di settori della magistratura, dei media e dell’opinione pubblica.
3) La questione dell’unità nazionale e del sistema delle autonomie, nell’incombente rischio di una nuova frattura storico-sociale tra Nord e Sud.
4) La questione della modernizzazione economica, sentita come ineludibile, in tutti i campi della vita pubblica, per ricollocare l’Italia in sintonia con le esperienze più avanzate dell’Occidente.



Ebbene, tutte queste questioni sono ancora davanti a noi, irrisolte; anzi, incancrenite dal tempo perduto. Abbiamo ormai alle spalle quasi un ventennio sprecato. Le pochissime realtà riformate (Regioni, Comuni, legge elettorale) lo sono state seguendo suggestioni del momento o logiche di convenienza, fuori
da un omogeneo progetto nazionale. E così si continua ancora oggi, tentando di piegare leggi elettorali e nodi istituzionali agli interessi di parte. Bisognerebbe trovare le sedi e gli strumenti per soluzioni largamente condivise. Il panorama è stato invece dominato da una sorta di guerra civile ideologica.



Il risultato è che la cosiddetta Seconda Repubblica ha finito per mettere in archivio i concetti di “interesse generale” e di “bene comune” che sono invece il fondamento di ogni democrazia. Ha offuscato la partecipazione popolare alla vita pubblica trasformando il consenso in audience, le strategie politiche in surrogato quotidiano dei sondaggi, i partiti in clan elettorali dei leader e, infine, ciò che è più grave, il Parlamento in una sorta di “ente inutile”, pura cassa di risonanza dell’Esecutivo. Non è questa la modernità politica che gli italiani pretendevano. Fingendo di costruire una “democrazia degli elettori” si è, in realtà, dato vita ad una soffocante “democrazia delle oligarchie”. Questo è il vero volto dell’Italia nel primo decennio del XXI secolo.





Per questo nasce l’Unione di Centro. Per aprire un nuovo tempo della Repubblica. Per ricostruire i valori fondativi della democrazia italiana: l’interesse nazionale e il bene comune come esclusiva finalità dell’agire politico. La competenza, lo spirito di servizio, il senso dello Stato come modello di selezione
della classe dirigente. Il ruolo dei “corpi intermedi” nella gestione della cosa pubblica. La partecipazione popolare come motore della vita associata. Il dovere di “guidare” eticamente e politicamente il Paese, al di là delle effimere rilevazioni statistiche del consenso. La democrazia nei partiti e nei sistemi elettorali come unica garanzia di libertà per tutti gli eletti e per tutti i cittadini. La centralità del parlamento come sede legittima della formazione dell’interesse pubblico. Fuori da questa “cornice di valori” nessuna democrazia può avere futuro.



L’Unione di Centro, partita dall’incontro tra l’esperienza storica dell’Udc con nuove realtà di movimento come la Rosa per l’Italia, i circoli liberal e i Popolari democratici, forte dei due milioni di consensi che, nelle elezioni del 2008, le hanno permesso di resistere all’illusione del “voto utile”, nasce per proporre ai cittadini italiani di tutti gli schieramenti che vivono il disagio del finto bipartitismo, al mondo del volontariato e dell’associazionismo laico e cattolico, un grande progetto politico: l’orizzonte di un nuovo partito popolare e liberale di governo.



L’unità politica dei cattolici è formula che appartiene ad altra e superata stagione storica. Ciò però non vuol dire che tutti coloro che si riconoscono nell’ispirazione cristiana debbano necessariamente accettare la “diaspora” come condanna inappellabile della storia dei cattolici italiani, come se dovesse essere obbligatorio vivere in “partibus infidelium”, e non possano invece ritrovarsi in una stessa casa politica, se la cornice identitaria e programmatica corrisponde ai loro valori.



Ma non è certo questo il tempo di “rifare la Dc”. Il passato è il nostro tesoro di esperienza e di saggezza. Ma il presente e il futuro ci chiedono di aprire un diverso tempo politico. Il tempo di un nuovo soggetto nel quale i popolari, i liberali, i riformisti, i moderati di tutte le aree politiche riscoprano insieme la via maestra del Centro come luogo sempre essenziale per il governo.


C’è un popolo cristiano che guarda alla politica con diffidenza, ma che sa che solo attraverso la politica può ottenere risposta alle sue esigenze. C’è un popolo laico che non si riconosce più nelle posizioni laiciste e che sente giunta l’ora di intraprendere nuovi sentieri.



È giunto dunque il momento di aprire una nuova storia politica. Non un “terzo polo” di risulta tra due immutabili giganti bipolari, ma un’offerta politica, di governo, di partecipazione democratica del tutto nuova, che nasca dalla “rottura” del finto bipartitismo, pericolante esito del fallimento della cosiddetta Seconda Repubblica. Un centrosinistra che metta insieme tutto, dall’estrema sinistra al centro, così come un centrodestra costruito con analoga disomogeneità non sono stati e non saranno mai in grado di governare, nella stabilità, l’innovazione.



L’Italia di oggi è malata di immobilismo, mentre tutt’intorno il mondo cambia e prepara, a cominciare dagli Stati Uniti, l’avvento di una nuova era. Noi siamo fermi. La grave crisi economica internazionale mette in discussione la tenuta del nostro patto sociale e denuncia come ormai intollerabili le arretratezze del nostro sistema istituzionale ed economico. Il deficit di valori che colpisce soprattutto le
giovani generazioni sta facendo nascere un vero e proprio allarme sulla tenuta etica della nostra società.



Non c’è più tempo da perdere. Non c’è più tempo per pigrizie, per paure, per coltivare piccole rendite di posizione. È tempo di rimettersi in cammino. Con il coraggio dei liberi e dei forti.
Roma, 20 febbraio 2009
In questi mesi, mi si perdoni il rilievo, personalmente ho avuto l’impressione di una certa confusione e non chiarezza di intenti ed obiettivi, di difficoltà a prospettare ed armonizzare un progetto politico più unitario e realistico, credibile e sostenibile in una città come Alessandria, potenzialmente capace di offrire nuove opportunità di lavoro, di sviluppo e di sostegno sociale e quindi non semplice da governare. Gli elettori con il libero voto hanno deciso a chi affidare i prossimi anni di governo della città. Vincitori e vinti dovrebbero comprendere che la politica è un’arte finalizzata a dare stabilità e sicurezza ad un popolo e migliorarne le condizioni di vita,oltre le posizioni e gli interessi di parte. La vittoria dà il diritto di governare, mentre la sconfitta deve spingere verso una responsabile opposizione. Per i vincitori e gli sconfitti, l’esperienza dovrebbe insegnare qualcosa in rapporto al futuro. La politica, non lo dimentichiamo mai, è un servizio per il bene di un contesto umano. Ecco che allora emerge l’esigenza che la politica, specie quella locale, deve affrontare una problematica quanto mai necessaria. Il vero problema che sorge nella odierna società e che ogni giorno apprendo stando a contatto con la gente, è la mancanza di una politica che sia ”TRASPARENTE”; perché il nostro agire possa tornare ad essere credibile e sostenibile è necessario che il nostro operare politico e non solo il nostro pensiero politico, sia il più possibile “leggibile”e chiaro alla coscienza e alla critica politico-sociale della gente. Pertanto auspico ad”un palazzo rosso” che non sia solo un palazzo di potere, ma anche un palazzo di “vetro”, un palazzo trasparente, un palazzo in cui ogni cittadino possa “specchiarsi” e vedere le proprie esigenze, le proprie problematiche ed aspirazioni concretamente realizzarsi e risolversi. Ecco che la nostra politica deve tornare a COMUNICARE. La comunicazione politico-sociale è la trasmissione di contenuti di coscienza(idee,stati d’animo,notizie, progetti politici ecc..) dall”EMITTENTE” (colui che trasmette), al “RICEVENTE” (colui che riceve). IL ricevente,nella specie il cittadino, in genere non rimane passivo: in lui può esserci adesione o dissenso, ma comunque REAZIONE. La comunicazione politico-sociale permette il sorgere di una relazione interpersonale, per cui si mette in comune ciò che era esclusivo di un individuo. IL messaggio che viene trasmesso, viene interpretato dal cittadino ricevente in base alla sua mentalità, esperienza di vita, cultura, formazione, età, classe sociale di appartenenza. Fa parte della istanza morale la competenza, ossia la preparazione idonea da parte degli operatori di trasmissione, nella specie noi politici, per poter presentare degnamente ed onestamente i contenuti di coscienza e le proposte politiche, oggetto di comunicazione. La comunicazione politico-sociale deve avere il requisito della sincerità, ossia dovrà riflettere il genuino contenuto della ”coscienza” e pertanto sarà e deve essere onesta, TRASPARENTE, invitante al bene del cittadino. Quanta responsabilità signor sindaco! Sono convinto che i politici non si inventano, ma devono crescere e maturare nel tempo e sul campo nella convinzione profonda di un servizio da rendere alla collettività. Detto da una sorta di “matricola”politica ,suona come un auspicio oltre che come un insegnamento. I latini dicevano “Bis dat qui cito dat,duplex fit bonitas, simul accesit celeritas” ossia: dà due volte chi dà presto, viene duplicata la bontà del beneficio, se vi si aggiunge la sollecitudine”: pertanto chiedo formalmente, in questa sede, di cambiare il nome al”palazzo rosso”e che d’ora in poi sia chiamato “PALAZZO DI VETRO” auspicando che questo avvenga non soltanto nel nome , ma anche nei fatti nella continua promozione di attività rivolte a tale scopo per rendere il più possibile trasparente agli occhi dei cittadini ogni nostro operato politico. Appellandomi a lei Signor Sindaco,certo della sua attenzione, concludo augurandomi che nei mesi avvenire quello che i latini dicevano ”Concordia parve res crescunt ,discordia maximae dilabuntur” ossia: con la concordia le piccole cose crescono,con la discordia anche le più grandi vanno in rovina….valga anche per noi. Grazie. Davide Nocito

giovedì 21 maggio 2009

ELEZIONI AMMINISTRATIVE E PROVINCIALI

Giugno 2009



Nell'ultima assemblea del COMITATO PROVINCIALE è stata confermata la candidatura a presidente della Provincia di Alessandria del Segretario provinciale Giovanni BAROSINI per le elezioni che si terranno il 6/7 giugno 2009. Alla presenza del segretario regionale Alberto GOFFI e del candidato europeo Deodato SCANDEREBECH è stata ribadita la linea politica di presentarsi da soli alle elezioni, preservando però le sinergie di alleanze strettamente locali per la nomina dei rappresentanti amministrativi.

Nei prossimi giorni verranno ufficializzate le candidature provinciali dei vari collegi elettorali.







La segreteria provinciale di Alessandria dell’UDC – Unione di Centro - ha dato impulso per presentare, tramite l’on. Buttiglione, una Proposta di legge per istituire uno sportello unico per l'assistenza ai disabili. L'obiettivo è quello di creare a livello regionale uno sportello unico, legato a una banca dati sulla disabilità per l'informazione sulla normativa vigente e sulla giurisprudenza , cui le persone disabili, i loro familiari e le associazioni ed enti di riferimento possano rivolgersi per avere le indicazioni complete su quanto possano e/o debbano fare. La proposta inserisce un articolo aggiuntivo, il 39-bis, nella legge 5 febbraio 1992, n. 104, prevedendo la copertura degli eventuali oneri mediante l'utilizzazione delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali. Le leggi e i provvedimenti normativi riguardanti la disabilità sono numerosi e contenuti, oltre che in fonti di rango statale anche in leggi e provvedimenti regionali o locali. Pertanto i disabili, i loro familiari e le associazioni di riferimento incontrano molto spesso consistenti difficoltà ad orientarsi nel panorama normativo e amministrativo di riferimento, anche per la risoluzione di questioni importanti e necessarie per l'assolvimento di funzioni essenziali della vita quotidiana. La proposta di legge, contemplando l'istituzione ad opera delle regioni di sportelli informavi e di consulenza sulla disabilità, sulla scorta di quanto già avvenuto in alcune regioni del nostro Paese, nonché di una banca dati in collaborazione con il Ministero, le Amministrazioni della Camera e del Senato e le Regioni, in collegamento con gli sportelli informativi, intende venire incontro a queste difficoltà allo scopo di consentire agli interessati un migliore orientamento e di fornir loro un'assistenza adeguata all'evoluzione dell'ordinamento in tale ambito.







Giovanni Barosini

Segretario provinciale UDC



LA QUESTIONE MORALE

La questione morale è di fondamentale importanza sociale e politica insieme.

Ritengo che le forze politiche, in quanto associazioni di confronto dialettico e sociale, “strumento” democratico per la scelta dei rappresentanti in seno agli organi elettivi, devono avere la capacità e la forza a far fronte a questo fenomeno. Ma, certo, le forze politiche per far ciò devono essere sane e trasparenti, devono aprirsi alla gente, agli uomini che vogliono farne parte per contribuire a risollevare questo Paese. Non possono essere partiti chiusi a riccio e respingere indietro le persone “responsabili” che vorrebbero o vogliono farne parte.

E la gente ha perso e continua a perdere la fiducia! Il partito politico è costretto a porsi questi chiarimenti e aprirsi al confronto non solo internamente. Una forza politica seria si pone il problema della “Questione morale” poiché deve coniugare le esigenze sociali ed economiche con la “ragion di Stato”.

Un partito può essere considerato tale quando è vicino alla gente e ai cittadini e quando si pone, appunto, queste riflessioni internamente e cerca di risolverli in modo etico svolgendo quella funzione in modo democratico di aggregare e coinvolgere le forze giovani e sane.

Tutto questo, oggi, può avvenire solo se si riscopre il modo di fare politica con la “P” maiuscola, ovvero mettere al centro del proprio impegno in politica il servizio agli altri, cioè, ai cittadini. Servono uomini semplici, seri ed onesti, con le mani pulite, che conoscano i problemi veri della gente.

Non abbiamo bisogno né di “mercanti” né di mestieranti. Un Paese dove tutti hanno un lavoro e un ruolo, dove il cittadino è rispettato e tutelato in quanto tale e dove la giustizia è uguale per tutti e al servizio di tutti i cittadini.

Giovanni Barosini

Udc Alessandria
Pubblicato da Richard Gere a 6.47 0 commenti
PRINCIPI PROGRAMMA UDC

1 Famiglia La famiglia è il pilastro fondamentale della società, ma oggi è abbandonata a se stessa. Sosteniamola in concreto, rivoluzioniamo il fisco con il quoziente familiare: chi ha più figli deve pagare meno tasse.

2 Vita L’eutanasia minaccia il bene più prezioso che abbiamo, la vita. Chi soffre perché gravemente malato o chi non ha i mezzi per sostenersi non può essere lasciato solo a decidere se vivere o morire. Uno Stato che rinuncia a stare vicino a chi è in difficoltà è uno Stato che rinuncia al suo futuro.

3 Scuola Una scuola più competitiva non si costruisce col taglio delle risorse. Serve una riforma organica che motivi gli insegnanti, alzi il livello dell’istruzione degli studenti e valorizzi i più meritevoli senza lasciare indietro gli altri.

4 Lavoro e imprese La flessibilità è un bene, la precarietà no. Incentiviamo la trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato, proteggiamo tutti i lavoratori colpiti dalla crisi attraverso l’estensione degli ammortizzatori sociali anche alle piccole imprese, favoriamo il nuovo ingresso nel lavoro con la formazione permanente. Detassiamo gli utili reinvestiti nell’impresa. Miglioriamo l’accesso al credito per le piccole e medie imprese attraverso il potenziamento del sistema dei CONFIDI.

5 Casa Vogliamo un grande piano casa che rilanci l’edilizia sociale per le famiglie meno abbienti, le giovani coppie e gli anziani. Occorre incentivare la costruzione o la ristrutturazione di case sicure, antisismiche e all’avanguardia sul piano del risparmio energetico.

6 Salute Un’Italia protagonista in Europa ha bisogno anche di un sistema sanitario che garantisca prestazioni di qualità omogenee al Nord, come al Centro e al Sud. Si devono ridurre le differenze di costi e di livello delle prestazioni tra le varie Regioni, eliminando gli sprechi, valorizzando e promuovendo la costruzione di centri di eccellenza all’avanguardia. La carriera di medici e infermieri deve basarsi su un sistema meritocratico che premi i migliori, non chi ha le conoscenze giuste. Per il bene e la salute di tutti vogliamo la gestione delle ASL senza ingerenze della politica.

7 Sicurezza Uno Stato che si affida alle ronde è uno Stato che alza bandiera bianca di fronte alla criminalità e dice ai cittadini di arrangiarsi. Solo le forze di polizia hanno la professionalità e la preparazione per fronteggiare il crimine, ma il Governo taglia loro gli organici e le risorse. Il contrario di ciò che è necessario, il contrario di ciò che vogliamo.

8 Federalismo Vogliamo un federalismo che riformi la macchina statale con una distribuzione delle competenze e dei costi certa, per dare nuovo slancio all’economia del Nord e del Centro e per recuperare i ritardi del Sud. Ecco perché diciamo no al federalismo della Lega, uno spot vuoto di cifre e contenuti che rischia di sfasciare lo Stato senza dare alle Regioni gli strumenti per funzionare.

9 Immigrazione Diciamo no ad ogni forma di razzismo e di xenofobia. Gli stranieri onesti che vengono in Italia per lavorare sono una risorsa e vanno aiutati concretamente ad integrarsi con le loro famiglie. Favoriamo l’immigrazione volenterosa e qualificata e contrastiamo l’immigrazione clandestina, coinvolgendo l’Europa attraverso intese con i Paesi di provenienza.
Pubblicato da Richard Gere a 6.41 0 commenti

martedì 10 febbraio 2009

OVADA

Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Conosciuta anche col nome di San Domenico, questa chiesa risale alla fine del Quattrocento. Durante il periodo napoleonico subì molti danni, dovuti soprattutto al fatto che i locali furono utilizzati per lungo tempo come caserma prima e magazzino poi. Nel 1986 un grave incendio distrusse completamente il coro e l’organo originali, ma tra le opere rimaste sono da citare l’altare di San Vincenzo Ferreri, situato nella seconda campata destra, in marmo policromo, e l’altare della Beata Vergine del Rosario, datato 1706. Negli oratori sono conservate alcune importanti opere, tra cui alcune casse processionali di Anton Maria Maragliano e dipinti del manierista Luca Cambiaso.
Chiesa di Santa Maria delle Grazie - piazza San Domenico - tel. 014380206
Visite: tutti i giorni dalle 7.30 alle 11.00 e dalle 15.30 alle 17.00

Parrocchiale Antica di San Sebastiano
L’antica chiesa parrocchiale di Ovada, documentata già nel 1200 e intitolata originariamente a Santa Maria, fu venduta e smembrata nel 1791 (l’originale impianto romanico lo si scorge ancora nella zona dell’abside): il campanile divenne una prigione, mentre la navata centrale e quella sinistra furono trasformate nell’Oratorio di San Sebastiano, di proprietà dell’omonima confraternita. L’intitolazione rimase la stessa negli anni, anche dopo l’estinzione della confraternita, e nel corso dell’Ottocento l’oratorio venne trasformato nella Loggia di San Sebastiano, destinata al mercato coperto. Oggi l’edificio viene usato per mostre d’arte ed eventi.
Parrocchiale Antica di San Sebastiano - via San Sebastiano • tel. 01438361
Visite: aperta solo in occasione di iniziative culturali

Parrocchiale di Nostra Signora Assunta
I due campanili di questa chiesa, costruita a partire dal 1772, svettano al di sopra della città. Dall’interno, a tre navate, si eleva la cupola, divenuta negli anni insieme alla facciata il simbolo del panorama di Ovada. Gli elementi architettonici sono di ispirazione tipicamente ligure, con decorazioni trompe-l’œil. Di interesse artistico l’altare maggiore, realizzato in marmo policromo su disegno dell’Antonelli, e la statua della Vergine Assunta, risalente al Settecento.
Parrocchiale di Nostra Signora Assunta - via S. Teresa, 1 - tel. 0143832140/1/2
Visite: tutti i giorni dalle 8.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00

Palazzo Spinola
Il palazzo, a pianta rettangolare, fu fatto edificare nella seconda metà del XVII secolo sulla sinistra della chiesa di Santa Maria delle Grazie, traendo ispirazione dalle ville genovesi del Seicento. Il nome richiama la potente famiglia genovese che intrecciò spesso i suoi affari di finanza e di acquisto di terre nella zona di Ovada. Oggi la proprietà dell’edificio è della comunità dei Padri Scolopi, che officia le celebrazioni nella chiesa di San Domenico. Al piano rialzato sono presenti ampi e sontuosi spazi di rappresentanza, mentre il piano nobile è caratterizzato dai preziosi saloni.
Palazzo Spinola - piazza San Domenico - tel. 014380206


A pochi chilometri...
A causa della sua posizione di frontiera, al confine con la Liguria, l’Ovadese è una terra ricca di castelli e rocche poste a difesa della via che porta al mare. Da menzionare, il castello di Trisobbio (8 km), in cui è possibile soggiornare, visitando anche l’annessa chiesa di San Bernardo (XII secolo).
Il Santuario della Madonna delle Rocche, nel comune di Molare (5 km), si erge da oltre cinque secoli su uno dei ripidi pendii che interrompono la piana di Molare, nell’alta Valle Orba.

venerdì 6 febbraio 2009

Viva, fragile, reale: Eluana chiese solo protezioneMichele Aramini La storia di Eluana sembra avviarsi alla più triste delle conclusioni, anche se fino all’ultimo dobbiamo sperare che non accada che sia lasciata morire di fame e di sete. Intorno alla vicenda umana di questa giovane donna si sono dette molte cose, senza però dissipare presso l’opinione pubblica incertezze, confusioni, ambiguità, anche perché si assiste al disinvolto ricorso a concetti usati in modo scorretto per legittimare ciò che la coscienza, invece, respingerebbe. A questo proposito può essere utile richiamare gli aspetti fondamentali della questione, operando un po’ di "ecologia culturale" delle idee in gioco. In primo luogo occorre domandarsi chi è Eluana. La domanda trova la sua ragione nel fatto che qualcuno l’ha definita morta 17 anni fa, altri ritengono che sia viva, ma che vive una condizione non degna, assimilata a quella di un vegetale.Se alla domanda diamo, come è necessaria, una risposta non ideologica e non sentimentale, scopriamo che Eluana è una persona viva, che respira autonomamente, che non ha bisogno di cure mediche. Questa persona necessita di cibo acqua e pulizia, le cose di cui tutti noi "sani" abbiamo bisogno. Ora, questa persona viva, che non soffre e non fa male a nessuno, per volontà della famiglia e con l’avallo della magistratura sarà soppressa. Questo accadrà a una persona umana nell’interezza del suo valore.Il secondo punto della questione riguarda il perché Eluana debba essere fatta morire. Si è parlato di "stato di diritto" che garantisce il rispetto della volontà di Eluana. Ma al di là della stretta e indecifrabile connessione tra volontà della famiglia e volontà della giovane donna, esistono valori che non sono disponibili. Nessuno nel nostro ordinamento può rendersi schiavo di qualcun altro, neppure liberamente. Lo stesso valore di indisponibilità è stato accordato finora alla vita, che perciò non fa parte delle cose che si decidono arbitrariamente. Si potrebbe andare oltre, ricordando che la Costituzione afferma che la forma repubblicana e democratica è indisponibile. Quindi di valori indisponibili ce ne sono molti. Oggi la magistratura, inseguendo una concezione individualistica e arbitraria dell’esistenza, ha detto che la vita è disponibile, aprendo di fatto le porte anche all’eutanasia. In stretta relazione con la vicenda giudiziaria si pone la questione del testamento biologico. A questo proposito circolano posizioni di preoccupante individualismo che aprono la strada non a una maggiore libertà quanto a una solitudine esistenziale, nascosta sotto lo slogan del "nessuno deve scegliere per me", e a un concreto rischio di abbandono terapeutico.Lo strumento del testamento biologico così come viene strutturato in alcuni dei progetti di legge presentati in Parlamento sottolinea fortemente l’autonomia del paziente, la quale è tanto sbandierata quanto poi contraddetta. Infatti va sottolineata l’insistenza con la quale si chiede che il testamento biologico sia redatto con l’ausilio di un medico. Il motivo è chiaro: il cittadino non è ritenuto capace di dare disposizioni da solo, perché non conosce la medicina e le situazioni a riguardo delle quali dovrebbe dare indicazioni. Ma ci si può chiedere se il medico si limiterà alle spiegazioni o suggerirà anche le soluzioni che lui riterrà più opportune. L’autonomia, perciò, è più una bandiera che una realtà.Il rispetto vero dell’autonomia personale non passa per l’arbitrio delle scelte, ma per un vero dialogo con il medico e la costituzione di una rete di sostegno che lo accompagni alla morte in modo degno di una persona umana. Il quarto elemento da considerare riguarda il modo con cui Eluana sarà fatta morire. Le saranno tolti i sostegni vitali dell’alimentazione e dell’idratazione. Per giustificare questa scelta ci si è dovuti arrampicare sui vetri, definendo il cibo e l’acqua terapie che configurano una forma di accanimento terapeutico. Ma si tratta di un’affermazione che serve a coprire la realtà, la quale smentisce completamente questa idea. Infatti, come regola generale l’idratazione e l’alimentazione non vanno sospese, perché non richiedono l’impiego di sofisticati sistemi tecnologici e, dunque, non costituiscono mezzi straordinari, bensì mezzi del tutto ordinari. In secondo luogo perché il nutrire non costituisce un trattamento medico, ma un normale trattamento infermieristico, equivalente a girare regolarmente un paziente o fornirgli delle frizioni con l’alcool. Inoltre, il suo valore simbolico è di gran lunga superiore a quello di altri trattamenti infermieristici. Perciò il nutrire si differenzia dal curare.Un ultimo aspetto ci pare essenziale. Di fronte a queste situazioni molti si chiedono se "il trattamento non risulti eccessivamente gravoso". La risposta che ci danno i medici è che i pazienti in stato vegetativo, proprio a causa della loro condizione, non possono percepire la nutrizione artificiale come gravosa. Purtroppo pian piano qualcuno ha avanzato l’idea di giudicare la loro stessa vita come gravosa, ma in questo caso veniamo a porci su un piano diverso: non abbiamo più a che fare con il bene del paziente, ma con le difficoltà dei parenti. E va detto con chiarezza che, per quanto profonda possa essere la sofferenza dei congiunti, non è possibile risolvere il loro problema esistenziale togliendo la vita alla persona che si trova in stato vegetativo. Avremmo a che fare in questo caso con la peggior forma di eutanasia: quella che elimina le persone difficili da accudire, o che riteniamo inutile accudire. Quindi è importante non confondere la gravosità della condizione esistenziale con la presunta gravosità dell’alimentazione e dell’idratazione.La civiltà di una nazione si misura non sull’individualismo libertario ma sul modo con cui è accolta e accudita la vita nei suoi momenti di maggiore fragilità.
"Benessere dell'Occidente e Cristianesimo"
Si sente parlare sempre più spesso di crisi e declino economico, e così è stato anche il 16 gennaio al Palazzo Guasco di Alessandria in occasione del convegno "Non rassegnarsi al declino. Quali ricette per risolvere la crisi nell'alessandrino", promosso da "Iniziativa Subalpina" nella persona del referente dell'Associazione Giovanni Barosini con la partecipazione del presidente, nonché parlamentare, on. Michele Vietti. Vari sono stati gli interventi, dalla Caritas ai sindacati, dalla Confesercenti alla Coldiretti, fino a quello conclusivo, più di carattere politico, dell'on. Vietti. Tutti hanno sottolineato, in qualche modo, la necessità impellente di "rimboccarsi le maniche" per far fronte insieme ai problemi dell'oggi e del domani nell'alessandrino e in Italia. Ad un certo punto però, l'on. Vietti ha invitato anche a fermarsi e a riflettere. cogliendo tale intelligente invito vorrei trascurare per un attimo i dettagli e le strategie, i tecnicismi e i dati particolari per porre con voi una riflessione di più ampio respiro, parlando delle cause morali dell'attuale crisi, allargando l'indagine alla civiltà occidentale nel suo insieme. Per capire le radici morali della prosperità dell'Occidente e quindi del suo declino occorre portare innanzi senza pregiudizi un'analisi comparativa delle diverse culture-civiltà sviluppatesi nel corso dei secoli sul nostro pianeta. Si noterà allora che ciò che contraddistingue quella Occidentale dalle altre culture è l'influenza che su di essa ha avuto e in parte ha ancora il Cristianesimo. L'aspetto forse più immediatamente rilevante della cultura occidentale è la sua superiorità indiscutibile dal punto di vista tecnologico, conseguente alla sua superiorità in campo scientifico sulle altre culture. Ma perché proprio in Occidente si è avuto un così notevole sviluppo della scienza e quindi della tecnica e quindi del benessere? Direi che i fattori maggiormente in questione sono la libertà e la fiducia nella capacità della ragione umana di conoscere la verità. Libertà e verità, dunque, hanno fatto il successo dell'Occidente, la verità impedendo l'eccesso del libertarismo, la libertà quello del totalitarismo. Senza il Cristianesimo non sarebbe stato possibile tale fertilissimo connubio: se, per esempio, da un lato le dottrine di Gesù hanno inesorabilmente eroso l'istituto della schiavitù, incentivando conseguentemente lo sviluppo tecnologico a sostituzione della fatica animalesca, e hanno liberato gli uomini dalla superstizione, dall'altro hanno divulgato quel rigore morale e intellettuale indispensabile al progresso nella ricerca scientifica e nel giusto ordinamento della società. Un episodio emblematico dell'attuale crisi dell'Occidente è senz'altro quello accaduto all'Università La Sapienza di Roma: una esigua minoranza di persone ha attaccato il Papa per la difesa che Egli sostenne, da cardinale, della validità veritativa del metodo scientifico galileiano contro gli attacchi di Feyerabend e di altri filosofi della scienza contemporanei. Insomma il Papa chiedeva solo la libertà di difendere la ragione e ragionevolmente doveva essere lasciato libero di esprimere la sua ragionevole e argomentata opinione, e invece ha vinto, almeno temporaneamente, l'arbitrio irrazionale di pochi illiberali. Mi pare un notevolissimo argomento di riflessione.
Ovada, 17 gennaio 2009 Gianluca Valpondi, coordinatore UDC Ovada
Ovadese: è ancora allarme neve
Ovada - 02/02/2009


Sesta nevicata, ieri sera, sull’ovadese in un inverno che da novembre ha stretto in una morsa di gelo tutto il territorio. Ieri, all’imbrunire, fiocchi bianchi hanno cominciato a scendere su tutta la zona, con intensità particolare sulle colline e nei paesi più a ridosso dell’Appennino. In breve una patina bianca ha ricoperto le strade, rendendo il fondo scivoloso. Poi, la temperatura, divenuta molto rigida, ha bloccato la caduta della neve: la neve s’è ghiacciata e le strade, soprattutto nei paesi, si sono trasformate in lastre di ghiaccio con pericoli notevoli per la circolazione veicolare e per quella pedonale. Più agevole il transito sulle provinciali dove lo spargimento di sale ha evitato il formarsi del ghiaccio. Sull’A26 la situazione s’è mantenuta tranquilla: nessun particolare problema sino a tarda sera. Le pattuglie tuttavia sono state poste in stato d’allerta per la notte perché intorno alle 21 è ricominciato a nevicare e le previsioni annunciavano un intensificarsi delle precipitazioni nelle ore della notte, con possibili fenomeni di tormenta in valle Stura, dato il forte vento proveniente dalla Liguria.

Per Ovada e l’interland ormai l’emergenza neve è diventato un vero problema e sta mettendo in ginocchio i bilanci dei Comuni poiché si è già abbondantemente superato il limite di spesa previsto per gli interventi dell’intero inverno
OVADA (http://www.comune.ovada.al.it)

Cose da vedere: Parrocchiale antica, Parrocchiale dell’Assunta, Palazzo Spinola, Casa natale e Museo di S. Paolo della Croce, Scuola di Musica “Antonio Rebora”, Civico Paleontologico “Giulio Maini”, Museo della maschera di Roccagrimalda.
Citata nei documenti di fondazione dell’Abbazia di Spigno (991), a partire dal sec. XIII la città comincia a gravitare nella sfera d’influenza di Genova, da cui rimane condizionata in ambito politico e culturale. Ovada conserva numerose tradizioni tipicamente liguri, come le processioni delle confraternite religiose, che due volte all’anno sfilano per le vie cittadine con immensi Crocifissi.
Ricche di castelli sono le colline dei dintorni. Quasi ogni comune dispone di un proprio castello, come Silvano d’Orba, Roccagrimalda, Cremolino, Mornese e Montaldeo, conferendo al panorama collinare una particolare suggestione. Caratteristica la torre trecentesca del castello di Roccagrimalda (http://www.ovada.it/roccagrimalda), rifatto in epoche successive e arricchito di un giardino all’italiana.
A Trisobbio, paese disposto su tre terrazzamenti con-centrici, sintomi di un impianto fortificato, il Castello presenta un corpo massiccio ingentilito da bifore e da una singola torre merlata angolare, rifacimenti moderni di una struttura preesistente al Duecento.
Ancora più antico il nucleo del Castello di Tagliolo Monferrato (http://www.comunetagliolo.it) , una torre del sec. X poi rafforzata dai Genovesi e più volte rimaneggiata, in ultimo dal D’Andrade: le splendide sale interne ospitano un Archivio storico e una Biblioteca.
Arrampicato su una scarpata, il Castello di Lerma appartiene da sempre alla famiglia Spinola e non riesce - pur con ingentilimenti rinascimentali - a nascondere la sua destinazione militare.
Merita una visita Castelletto d’Orba, località turistica conosciuta per le acque oligominerali.
Ovada (http://www.comune.ovada.al.it) e dintorni

Chiusa al pubblico è la Loggia di San Sebastiano (già chiesa di Santa Maria), costruita su preesistenze romaniche nel sec. XIII, con affreschi risalenti al sec. XV.
Di costruzione contemporanea il santuario cittadino dedicato a San Paolo della Croce, la cui casa natale nel centro storico è insieme museo e monumento nazionale.

Nei dintorni di Silvano d’Orba troviamo la Pieve di Santa Maria in Prelio, databile al sec. IX, che conserva al suo interno numerosi ex-voto della pietà popolare, che ha provveduto a conservare anche il vicino Oratorio di San Rocco (inizi sec. XVI) e il Santuario di San Pancrazio, raggiungibile con un escursione sulla collina nei pressi del castello, con una vista incantevole sull’Appennino ligure-piemontese.

giovedì 15 gennaio 2009

COMUNICATO STAMPA

La Segreteria Provinciale dell’UDC (Unione di Centro) comunica che è nata la sezione del partito in Ovada.
Il congresso per eleggere i dirigenti locali ed il relativo segretario cittadino verrà celebrato a fine gennaio 2009.
Temporaneamente il coordinamento viene affidato a Gianluca Valpondi tel. 3204251097.
Sempre in gennaio un’Assemblea Programmatica, ove parteciperà l’on. Michele Vietti, delineerà le strategie del Partito in vista delle Amministrative 2009.


Dr. Giovanni Barosini
3384692651