P erché dovremmo dirci cristiani? Oggi siamo liberali, e perciò non c’è bisogno di rivolgersi al cristianesimo per giustificare i nostri diritti e libertà fondamentali. Siamo laici, e perciò possiamo considerare le fedi religiose come credenze private. Siamo moderni, e perciò crediamo che l’uomo debba farsi da sé, senza bisogno di guide che non derivino dalla sua propria ragione. Siamo figli della scienza, e perciò ci basta il sapere positivo, provato e dimostrato. Senza contare il resto. In Europa stiamo per unificarci, e dunque dobbiamo evitare di dividerci menzionando il cristianesimo fra le radici dell’identità europea. Nel mondo stanno rinascendo guerre di religione, e dunque dobbiamo evitare di accendere altri focolai. In casa nostra stiamo integrando milioni di islamici, e dunque non possiamo chiedere conversioni di massa al cristianesimo. Dentro le nostre società occidentali stiamo attraversando la fase della massima espansione dei diritti, e dunque non possiamo consentire che la Chiesa interferisca e ne ostacoli il godimento. E così via [...]. La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza [...]. Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c’è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli, con la quale siamo cresciuti, e senza la quale saremmo tutti più poveri [...]. Basta guardarsi in giro per capire che il mito prometeico dell’uomo che si fa da sé, basta a sé, non ha altri limiti che sé, rischia di portarci altre sciagure dopo quelle recenti che ci ha provocato. L’esperimento che sbrigativamente viene chiamato dell’illuminismo (al singolare, come se ce ne fosse uno solo) e che oggi è in corso soprattutto in Europa – di vivere come se Dio, nessun dio, esistesse – non sta dando i frutti promessi. Qui cerco di spiegare perché, entrando nei tre principali laboratori in cui quell’esperimento viene condotto.
rimo. Viviamo in regimi liberali e il liberalismo, in una qualunque delle molte versioni correnti, è la dottrina che sta alla base di quelle costituzioni nazionali e carte internazionali dei diritti di cui andiamo più fieri. Ma proprio l’idea odierna che il liberalismo sia solo una cornice politica e procedurale neutra e indipendente da ogni dottrina del bene, in particolare religiosa, non offre alcuna fondazione o giustificazione sicura di quei diritti e li lascia alla sola mercé della forza, compresa la forza del diritto positivo creato dai parlamenti. I grandi padri del liberalismo classico questo problema lo avevano chiaro. Sapevano che senza un sentimento religioso nessuna società, soprattut- P to la società liberale di uomini liberi e uguali, può essere stabile e coesa, può sviluppare un senso di identità e solidarietà. Sapevano anche che soprattutto la società liberale ha bisogno non solo di costituzioni, istituzioni e procedure, ma di un costume e di virtù appropriate. E sapevano e scrivevano che il cristianesimo – con quella sua idea dell’uomo creato a immagine del Dio che si è fatto uomo per soffrire con gli uomini – è la religione che ha introdotto il valore della dignità personale, senza il quale non c’è né libertà, né uguaglianza, né solidarietà, né giustizia. Erano liberali e laici anch’essi, ma erano liberali e laici cristiani. Oggi che è diventato anticristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono appese nel vuoto. Per questo, se davvero si vuole essere liberali, si deve essere cristiani.
S econdo. L’Europa sta diventando la terra più scristianizzata dell’Occidente e se ne fa un vanto. Pensa che il cristianesimo che l’ha tenuta a battesimo le sia di ostacolo. Ma poi si accorge che le occorre una identità. «C’è bisogno di un’anima», lamentano oggi alcuni europeisti della seconda generazione, ripetendo le stesse parole di quelli della prima. «I trattati politici non bastano», «L’unificazione economica è solo un passo.» Ma un altro passo, quello decisivo, i nuovi politici europeisti non sono riusciti a compierlo.
Rifiutando la natura cristiana dell’anima europea, hanno rifiutato anche la storia europea. Lo hanno fatto pensando che senza identità cristiana l’Europa è più aperta, inclusiva, tollerante, pacifica. È vero il contrario. Senza la consapevolezza dell’identità cristiana, l’Europa si distacca dall’America e divide l’Occidente, perde il senso dei propri confini e diventa un contenitore indistinto, non riesce a integrare gli immigrati, anzi li ghettizza o si arrende alla loro cultura, non è in grado di vincere il fondamentalismo islamico, anzi favorisce il martirio dei cristiani in tante parti del mondo e anche in casa propria. Questa Europa, così ricca e fragile, potente e impaurita, [...] se vuole andare oltre e unificarsi davvero, deve recuperare la propria identità e riprendere la bandiera cristiana.
T erzo. La cultura moderna interpreta l’autonomia liberale come una libertà accordata a ciascun individuo e gruppo di scegliere e perseguire la propria concezione del bene. È il suo trionfo sui vecchi vincoli e limiti, e sembra una posizione ragionevole. Perché dovremmo imporre le nostre vedute: sono forse migliori di altre? Perché dovremmo negare diritti speciali ai gruppi che li richiedono: la libertà non consiste forse nel dare cittadinanza a tutte le libertà? Perché dovremmo chiedere agli altri di ac- cettare la cultura cristiana: non è forse di ostacolo al dialogo? La democrazia – si dice – è relativistica, non ha religione, è religione a se stessa. Ma poi si scopre ciò che già aveva ben visto Platone, che questa democrazia relativistica è autofagica, mangia se stessa. Perché se non c’è più la verità, ma solo la sommatoria di tante parziali credenze, se non c’è più la legge morale che lega tutti, ma solo le tradizioni che plasmano i singoli gruppi, se non c’è più un vincolo etico comune, ma solo la massima libertà di scelta di ciascuno, allora il bene morale può essere solo sottoposto al voto e il voto, si guardi alle nostre legislazioni in materia di bioetica, può decidere che è bene qualunque cosa. Quello Stato liberale che per i padri del liberalismo, imbevuti di cristianesimo, aveva la funzione del garante e custode del rispetto dei diritti umani fondamentali, sacri, inviolabili, non negoziabili, fondati su valori altrettanto sacri, è diventato oggi il più insidioso avversario di questi stessi valori. Se non vogliamo che degeneri ulteriormente, dobbiamo restituirgli il senso dei suoi fondamenti cristiani.
«I padri del liberalismo erano imbevuti di valori religiosi, e su questi fondarono lo Stato moderno. Diventate anticristiane, le libertà democratiche sono appese nel vuoto»
mercoledì 3 dicembre 2008
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